Nelle nostre scuole la vera emergenza non è didattica. È relazionale
di Ugo Rizzo
La grande povertà del nostro tempo non è economica, è relazionale: milioni di persone vivono circondate da altri esseri umani eppure si sentono profondamente sole. Ricostruire legami autentici è una delle sfide più urgenti della nostra epoca."
UNA SCENA FAMIGLIARE
In una classe di terza media, un'insegnante alza la voce per la quarta volta in dieci minuti. Due ragazzi al fondo parlottano. Una ragazza guarda fuori dalla finestra. Un altro fa scorrere il dito sullo schermo del telefono nascosto in grembo.
La professoressa pensa: manca la disciplina.
Quello che le sfugge — e che sfugge al dibattito pubblico sulla scuola — è che la disciplina, in classe, non è una causa. È un sintomo. E non si cura agendo sul sintomo.
Da anni si ripete che la scuola italiana ha un problema di autorità, di rispetto, di regole. Sui giornali leggiamo cronache di docenti aggrediti, di registri elettronici che non bastano, di voti che non spaventano più. La risposta più diffusa è: serve più rigore.
Ma se gli insegnanti potessero dire cosa sentono davvero, molti direbbero un'altra cosa: non riusciamo più a entrare in contatto con loro.
Ed è esattamente lì che bisogna guardare.
A patto, però, di non guardare un livello solo.
Due matrici, un solo tessuto
Quando si parla di relazioni a scuola si pensa quasi sempre a una sola direzione: insegnante e studente. È la più visibile, ed è la più drammatizzata. Ma ce n'è un'altra, meno raccontata, che la sostiene da sotto: la relazione tra colleghi. La relazione tra adulti che condividono edificio, riunioni, consigli di classe, e che dovrebbero costruire insieme un'esperienza educativa coerente.
Il punto è semplice: la qualità delle relazioni tra colleghi non è un dettaglio organizzativo. È la condizione basilare che a sua volta creare una possibilità "diffusa" di relazione con gli studenti.
Una sala professori in cui ci si saluta a fatica, in cui si tace per non dispiacere, in cui le tensioni si accumulano senza essere mai messe sul tavolo, produce inevitabilmente insegnanti disallineati e classi opache. Una scuola che non sa stare in relazione tra adulti non può insegnare ai ragazzi a stare in relazione tra loro.
Quello che dice la ricerca
Nel 2008 lo studioso neozelandese John Hattie ha pubblicato Visible Learning, una sintesi che raccoglie centinaia di meta-analisi sull'efficacia delle pratiche educative.
Tra i fattori che incidono sull'apprendimento, due risultati emergono con forza.
Il primo è che la qualità della relazione tra insegnante e studente ha un peso enorme — più del numero di alunni per classe, più dei compiti a casa, più della maggior parte delle innovazioni didattiche degli ultimi vent'anni.
Il secondo è ancora più sorprendente: il collective teacher efficacy, cioè la convinzione condivisa di un gruppo di docenti di poter incidere positivamente sui propri studenti, risulta uno dei fattori predittivi più potenti in assoluto.
Tradotto: una scuola in cui gli insegnanti credono insieme nel loro lavoro produce risultati che una scuola di altrettanto bravi insegnanti, ma isolati, non riesce a produrre.
Apprendere è un atto intersoggettivo
Le neuroscienze, da almeno tre decenni, lo confermano.
Apprendere non è un atto individuale: è un
processo profondamente intersoggettivo.
Quando uno studente si sente visto — riconosciuto, atteso, considerato
pensante — la sua corteccia prefrontale lavora meglio. Mentre quando si sente
invisibile, o peggio sotto giudizio, il cervello attiva risposte difensive che
riducono drasticamente la capacità di apprendere.
Lo psichiatra Daniel Siegel parla di integrazione neurale; Lev Vygotskij, novant'anni fa, lo aveva intuito chiamandolo zona di sviluppo prossimale: il bambino impara nella relazione con un adulto significativo, non da solo.
La stessa logica si applica agli adulti tra loro.
Un insegnante che si sente isolato dai colleghi consuma un'energia
psicologica che, alla fine, riduce la qualità della sua presenza in classe.
La crepa nella formazione
È qui che il sistema mostra la sua crepa più
seria.
Un insegnante italiano riceve una preparazione consistente sui contenuti
disciplinari, una preparazione minore ma esistente sulle metodologie
didattiche, e — quasi sempre — nessuna preparazione strutturata sulla
dimensione relazionale del suo lavoro.
Né con gli studenti, né con i colleghi. Eppure è su questi due assi che ogni
giorno entra in classe e in sala professori.
Il risultato lo conosciamo: un numero crescente
di docenti riferisce stanchezza emotiva, senso di impotenza, perdita di
significato mentre un numero sempre crescente di scuole convive con una
conflittualità sotterranea tra colleghi che pesa, alla lunga, su tutto.
Non è debolezza individuale — è un'insufficienza strutturale di
formazione.
Da dove ripartire
Da qualche anno qualcosa si muove.
Si stanno moltiplicando i percorsi di formazione che lavorano sul docente come persona in relazione, non solo come trasmettitore di contenuti.
Percorsi che
vanno ad integrare le competenze "classiche" con competenze comunicative di
regolazione emotiva, gestione del gruppo, consapevolezza corporea.
Percorsi che non si fondano su caotiche intuizioni new age, ma su decenni
di ricerche in psicologia dell'educazione, neuroscienze affettive, teoria
dell'attaccamento e che per questo sono in grado di restituire
alle figure protagoniste della scuola il loro ruolo più autentico: non solo
trasmettitori di contenuti, ma creatori di relazioni generative di salute
esistenziale.
